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Ufo ed extraterrestri secondo Margherita Hack
 
10:18
Ci sono pianeti abitabili nella nostra Galassia? Come ti immagini l'aspetto di un alieno? Gli alieni sono buoni o cattivi? Il mondo finirà nel 2012? Queste sono alcune delle domande che Antonio De Blasi, ricercatore e divulgatore INAF, ha posto a Margherita Hack. Le risposte della famosa astrofisica sono poi servite ai bambini che hanno partecipato il 5 febbraio 2012 al laboratorio "Identikit dell'alieno", in cui dovevano immaginare le possibili sembianze di eventuali forme di vita (più o meno intelligenti della nostra) presenti nell'Universo. Intervista realizzata a cura dell'Osservatorio Astronomico INAF di Bologna e dell'associazione Sofos, in occasione di Arte e Scienza in Piazza 2012, una manifestazione di diffusione della cultura scientifica organizzata dalla Fondazione Marino Golinelli e dal Comune di Bologna, in collaborazione con diversi istituiti scientifici nazionali, tra cui l'INAF. Un progetto di Sandro Bardelli, Antonio De Blasi, Francesco Poppi, Agostino Galfo. Riprese a cura di Gabriele Veronesi.
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Ottenuto al Cern lo spettro dell’antimateria
 
01:57
Lo spettro dell’antimateria ha fatto la sua apparizione al Cern di Ginevra. Risultato inseguito da almeno vent’anni, la misura della transizione da uno stato neutro a uno stato eccitato di un atomo di antidrogeno è stata compiuta per la prima volta dai ricercatori dell’esperimento Alpha. Un successo anzitutto tecnologico. Per prima cosa si sono dovuti procurare l’antimateria, abilità nella quale non hanno rivali: facendo interagire qualche milione di positroni – ovvero, gli antielettroni – con qualche decina di migliaia di antiprotoni, hanno ottenuto circa 25mila atomi di antidrogeno, dunque vera e propria antimateria. Questo il primo passo. Molto più complessa la fase successiva: intrappolare questi atomi per almeno 300 secondi, il tempo necessario a bombardarli con un fascio di luce laser per eccitarli. Ci sono riusciti per 14 di questi atomi: un numero incredibilmente piccolo, ma sufficiente a consentire ai ricercatori di osservare ciò che nessuno nella storia aveva mai visto prima: il salto dei positroni dal primo al secondo orbitale, quello che in gergo si definisce transizione 1S-2S. Ebbene, la luce monocromatica che ha permesso questo passaggio da stato neutro a stato eccitato ha lo stesso identico colore di quella che avrebbe eccitato un atomo di idrogeno, dunque di materia normale. Mostrando così, con una precisione di poche parti su dieci miliardi, che la riga spettrale dell’antidrogeno ha la stessa frequenza di quella dell’idrogeno: un risultato che conferma la simmetria fondamentale del Modello standard, la cosiddetta simmetria CPT. Un risultato che il portavoce di ALPHA, Jeffrey Hangst, non ha esitato a definire il più grande passo di tutta la sua carriera e nella storia di questo tipo d’esperimenti. Servizio di Marco Malaspina Per saperne di più: http://ow.ly/HHGi307pnWs --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Entanglement in laboratorio, senza vizi nascosti
 
03:25
Si fa presto a dire entanglement... ma a ben pensarci le conseguenze di questa pazzesca caratteristica del mondo dei quanti sono davvero difficili da mandare giù. Come conciliare con la nostra idea di natura il fatto che due entità possano essere talmente interconnesse l’una con l’altra che – se ne vedo una arrossire – la gemella all’istante sbiancherà (o sarà verde), foss’anche al confine opposto dell’universo. Sempre e all’istante, in barba a ogni limite sulla velocità della luce. Peggio ancora: prima che io la guardi, non sarà né rossa né verde né altro. Al punto che lo stesso Albert Einstein, che quanto a immaginazione non aveva certo nessuno da invidiare, provocava i colleghi quantistici chiedendo loro se veramente fossero convinti che la luna esiste solo se la si guarda. Si fa presto a dire entanglement... ma provare che l’impeccabile castello matematico di formule che ne certifica la correttezza formale ha anche una controparte fisica, che quelle inimmaginabili azioni a distanza si verificano davvero, anche in laboratorio, dimostrarlo con un esperimento, è tutt’un’altra cosa. O meglio: le strade non mancano, e una fra le più eleganti e percorribili la suggerì John Bell già nel 1964. Ma tutti gli esperimenti da allora approntati, benché abbiano sempre verificato la validità del suo teorema, presentavano almeno una potenziale falla – in inglese loophole, o scappatoia. Le due particelle potevano trovarsi in due laboratori, A e B, non lontani a sufficienza da garantire che non comunicassero fra loro, prima scappatoia. Oppure mancava la garanzia che tutti gli eventi in entanglement venissero presi in considerazione, mettendo così in dubbio la rappresentatività delle misure. Ebbene, da oggi la situazione è cambiata. Nei laboratori dell’università di Delft, in Olanda, per la prima volta il Teorema di Bell è stato dimostrato con un esperimento senza vizi nascosti, loopholes-free, come dicono gli inglesi. Grazie a un assetto a tre laboratori, invece dei due canonici, con i due principali posti a 1280 metri di distanza l’uno dall’altro e un terzo più o meno a metà strada. Nei due laboratori principali, A e B, sono state generate coppie elettrone-fotone in entanglement, con l’elettrone intrappolato grazie a un’impurità nel reticolo d’un chip di diamante e il fotone inviato via fibra ottica al laboratorio C. Mentre in A e B i dispositivi misuravano, dopo aver variato in modo casuale l’assetto della misura stessa, lo spin dei due elettroni registrando di volta in volta il risultato, in C si valutava, confrontando le coppie di fotoni in arrivo, se gli elettroni di A e B si trovassero in stato d’entanglement. Eventualità che, durante le 220 ore di durata dell’esperimento, s’è presentata circa una volta all’ora. Per l’esattezza, 245 volte: un numero sufficiente per un test statisticamente significativo del Teorema di Bell. Un risultato storico, pubblicato ora su Nature, che certifica – per la prima volta senza via di scampo – quanto la realtà sia assai più bizzarra di quello che a tuti noi, Einstein compreso, appare. Di Marco Malaspina Per saperne di più: - http://www.media.inaf.it/2015/10/21/teorema-bell-delft/ - https://www.youtube.com/watch?v=z1twSZF4fLM - https://www.youtube.com/watch?v=AE8MaQJkRcg --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Proxima b, un'altra Terra a 4.2 anni luce da noi
 
02:14
Per saperne di più: leggi su Media INAF l'articolo "Proxima b, la Terra gemella più vicina possibile" (http://goo.gl/HtJRQx) -- Termina oggi una battuta di caccia interstellare durata 16 anni. Sapevano dove cercare: nella zona abitabile attorno a Proxima Centauri, la stella in assoluto più vicina al Sole, a 4,22 anni luce da noi. E sapevano cosa volevano: un altro mondo, un’altra terra. L’hanno trovata. Annunciato oggi prima in conferenza stampa internazionale dall’ESO e poche ore più tardi sulle pagine di Nature, il nuovo mondo si chiama Proxima b. Poco ancora sappiamo di lui: le dimensioni, simili a quella della Terra; il fatto che probabilmente è roccioso; la durata d’un suo anno, di poco superiore a 11 dei nostri giorni; e la distanza dalla stella madre, compatibile con la presenza di acqua allo stato liquido. Ma ancora più eccitante è forse che non sappiamo ma che non possiamo escludere: non possiamo escludere, appunto, che ci sia acqua; non possiamo escludere che abbia un’atmosfera; e volendo proprio esagerare non possiamo escludere che ospiti forme di vita. Insomma, un pianeta che può farci sognare. Ma, soprattutto, un pianeta extrasolare incredibilmente vicino: meno di così è impossibile. Al punto che il visionario ma non troppo programma Starshot conta di raggiungerlo con una flotta di nanosonde entro il 2060. Certo, per mandarci qualche cosa di più sostanzioso, tipo un passeggero o due, i tempi di viaggio si dilatano: con le tecnologie attuali parliamo di decine di migliaia di anni. Ma non disperiamo: è stato scoperto con tecnologie avanzatissime, come quella dello strumento HARPS dell’ESO, e strategie geniali, come quella della rilevazione della variazione della velocità radiale impressa sulla stella dall’interazione gravitazionale con lo stesso pianeta. Se l’umanità è riuscita in un’impresa come questa, fino a non troppi anni fa semplicemente impensabile, in qualche modo saprà ancora stupirci. Servizio di Marco Malaspina --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Entanglement, la sostanza di cui è fatto lo spaziotempo
 
02:32
E se la risposta alla “domanda fondamentale sulla vita, sull'universo e tutto quanto” non fosse “42”, come calcolò in sette milioni e mezzo di anni il computer protagonista della "Guida galattica per gli autostoppisti" di Douglas Adams, bensì “entanglement”? È da decenni che fisici di tutto il pianeta sono alla ricerca della teoria con la 'T' maiuscola, quella in grado di far convivere meccanica quantistica e gravità – o meccanica quantistica e relatività generale, dove la gravità viene a coincidere con la geometria dello spaziotempo. Ebbene, il trait-d’union fra le due potrebbe essere proprio l’entanglement. A sostenerlo, ricorda questa settimana un approfondimento a firma di Ron Cowen apparso sull’ultimo numero di Nature, a sostenere quest’inedito ruolo dell’entanglement, dicevamo, è il fisico della British Columbia University Mark Van Raamsdonk. Benché alieno alla nostra concezione della natura al punto da venir ripudiato dallo stesso Einstein, il fenomeno dell’entanglement fa capolino con regolarità infallibile non solo dalle equazioni della meccanica quantistica ma anche – senza mai perdere un colpo – dagli innumerevoli esperimenti che si sono susseguiti negli ultimi decenni nei laboratori di mezzo mondo. Insomma, sull’esistenza d’un legame ineffabile quanto profondo fra coppie di particelle tale da mettere in imbarazzo qualunque ragionevole assunto su causalità e località, velocità della luce in testa, sulla realtà di questa liaison dangereuse non c’è più alcun dubbio. Nella visione di Van Raamsdonk, però, visione che poggia su entità matematiche come il cosiddetto "spazio anti-de Sitter e sulla congettura di Juan Maldacena e Leonard Susskind, l’entanglement non si limiterebbe ad essere una bizzarra proprietà della meccanica quantistica. Sarebbe nientemeno che ciò di cui è fatta la geometria dell’universo. Detto altrimenti, se già Maldacena e Susskind avevano proposto una sorta d’equivalenza fra i concetti d’entanglement e wormhole – il tunnel che collega i pozzi gravitazionali scavati nella trama dello spaziotempo in corrispondenza dei buchi neri – ebbene, le equazioni di Van Raamsdonk spostano le conseguenze di quell’equivalenza un passo più in là, facendo intravedere una corrispondenza fra entanglement e la stessa geometria dell’universo: in altre parole, nella trama dello spaziotempo, il materiale della trama sarebbe proprio l’entanglement, quella inquietante azione a distanza che tanto sconcertava Einstein. Servizio di Marco Malaspina Per saperne di più: leggi su Nature l'approfondimento di Ron Cowen "The quantum source of space-time" (http://goo.gl/x0HqA2) --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Ecco Kepler-186f, il più simile alla Terra
 
02:19
Si chiama Kepler-186f, si trova a 500 anni luce da noi, in direzione della costellazione del Cigno, e la sua scoperta, annunciata su Science, sta facendo scalpore. Ne parliamo con Giusi Micela, direttore dell'INAF-Osservatorio astronomico di Palermo. Servizio di Marco Malaspina. Animazioni originali di Marco Galliani - Media INAF
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Onde gravitazionali, istruzioni per l'uso
 
02:37
La data da cerchiare è l’11 febbraio, dopo la nostra concezione del mondo potrebbe non essere più la stessa. Così promettono le indiscrezioni sull’imminente annuncio della prima rilevazione diretta d’onde gravitazionali, indiscrezioni che s’accavallano, in rete e sulle riviste più prestigiose, Science in testa. Fibrillazione comprensibile: è esattamente da un secolo, da quando Einstein formulò la sua teoria della relatività generale, che scienziati di tutto il mondo sognano di catturare queste impalpabili increspature nel tessuto dello spazio-tempo. In realtà di onde gravitazionali ce ne sono in continuazione: ogni volta che una massa accelera o decelera, se ne produce una. Il problema è che sono increspature infinitesimali, del tutto impercettibili. Questo perché la gravità è una forza incredibilmente debole. Dunque per cogliere un’onda gravitazionale servono due condizioni. La prima è che sia un’onda altissima, e dunque che le masse coinvolte siano enormi: un pianeta non basta, e forse nemmeno una normale stella. Occorrono pesi massimi e scenari apocalittici, come per esempio una coppia di stelle di neutroni in orbita vorticosa l’una attorno all’altra, o ancora meglio due buchi neri che si fondono l’uno nell’altro. Fenomeni estremi e relativamente rari, dunque, che i nostri radiotelescopi e telescopi, da terra e dallo spazio, studiano incessantemente. La seconda condizione è disporre di strumenti straordinariamente sensibili. Parliamo di sensori in grado di rilevare una deformazione dello spazio pari a meno d’un millesimo del diametro d’un protone. Una sensibilità difficile anche solo da immaginare, eppure l’ingegno umano e la tecnologia laser interferometrica – a un secolo di distanza da Einstein – hanno fatto passi in avanti tali da rendere queste misure finalmente possibili. Strumenti come i chilometrici bracci ortogonali dei due rivelatori LIGO, negli Stati Uniti, e Virgo, gestito dal CNRS francese e dal nostro INFN nella campagna pisana. Bracci nei quali fasci di luce laser corrono nel vuoto più spinto, pronti a rilevare la benché minima variazione nella geometria dell’universo. Ed è proprio da questi sismografi dello spazio-tempo che, nella migliore delle ipotesi, potrebbe finalmente essere stato captato un sussulto gravitazionale. La risposta giovedì prossimo. Servizio di Marco Malaspina --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Onde gravitazionali: 1916-2016
 
03:07
Qui la timeline interattiva: http://goo.gl/cqJF7C 11 febbraio 2016: prima rilevazione diretta delle onde gravitazionali. Le onde di metrica dello spaziotempo dovute alla presenza di masse in movimento con un momento di quadrupolo non nullo, esistono nella realtà e non solo nella fantasia dei fisici teorici. Albert Einstein ha ipotizzato la loro esistenza esattamente cento anni fa. 1916. Come diretta conseguenza della relatività generale. Ma si è dovuto aspettare fino al 1967 perché Jocelyn Bell e Antony Hewish portassero a casa un primo risultato concreto: la scoperta della prima pulsar, una sorgente radio pulsante, una stella di neutroni lontana nello spazio. 1970: sotto la direzione di Edoardo Amaldi, all'Istituto di Fisica di Roma si lavora per progettare rilevatori criogenici per onde gravitazionali. E nel 1982 Joseph Taylor e Joel Weisberg già confermano come l’energia persa da una pulsar, PSR B1913+16, rientri nei parametri previsti dalla Relatività generale einsteniana. Arriviamo al 2002: negli Stati Uniti entra in funzione LIGO: l’osservatorio interferometro laser delle onde gravitazionali. La caccia a una rilevazione diretta del fenomeno è cominciata. L’anno successivo gli astrofisici INAF Nicolò D’Amico, Marta Burgay e Andrea Possenti scoprono il primo sistema binario in avanzata fase di coalescenza, destinato a divenire un “merger” su tempi scala relativamente brevi. L'articolo, pubblicato su Nature, dimostra un sostanziale aumento della probabilità di rivelare burst di onde gravitazionali da parte di questi sistemi binari durante la fase finale della coalescenza, come quelli che tiene sott’occhio LIGO. Nel frattempo in Italia viene completato VIRGO, un rilevatore interferometrico di onde gravitazionali con bracci lunghi 3km. Il progetto è una collaborazione tra Italia e Francia con INFN e CNRS. Ed eccoci arrivare ai giorni nostri: a settembre 2015 in un tweet sul suo profilo, il cosmologo Lawrence Krauss parla di rumor sulla conferma di onde gravitazionali da parte di LIGO. Voci confermate dai diretti interessati l’11 febbraio 2016. Con il risultato storico della collaborazione LIGO/VIRGO, si apre una nuova era per la ricerca astrofisica, in cui l’Italia con Istituto Nazionale di Astrofisica gioca un ruolo da protagonista a livello mondiale. Da adesso diventa determinante infatti individuare e caratterizzare cosa produce le onde gravitazionali, indagando in ogni banda dello spettro elettromagnetico, dalle onde radio fino ai raggi gamma. Per far questo sono stati già stati avviati importanti programmi osservativi che coinvolgono gruppi di ricerca INAF, supportati da dati raccolti con strumentazione da Terra e dallo spazio. Servizio di Davide Coero Borga --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Facciamo Luce sul Fotone
 
06:56
L’INAF-Osservatorio Astronomico di Capodimonte ha il piacere di presentare il cortometraggio “Facciamo luce sul fotone”. Video Divulgativo realizzato In occasione dell’anno internazionale della Luce 2015. Il cortometraggio è stato realizzato anche lingua inglese per avere un impatto internazionale : https://www.youtube.com/watch?v=hcyL5Au6CD4
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Hubble abbatte ogni record di distanza
 
01:27
Puntando il telescopio spaziale Hubble verso la costellazione dell’Orsa Maggiore e spingendolo al massimo delle sue capacità, un team di astronomi è riuscito a infrangere ogni record precedente di distanza cosmica. La galassia scoperta si chiama GN-Z11 ed è in assoluto la più remota di tutte: i dati spettroscopici mostrano infatti che si trova a quasi 13.5 miliardi di anni luce da noi, ovvero quando l’Universo aveva appena 400 milioni di anni di età. La galassia che deteneva il record precedente ha un redshift di 8.68, mentre per GN-Z11 il valore è pari a 11.1, che corrisponde a 150 milioni di anni prima, quando l’Universo cioè stava attraversando l’epoca in cui la luce delle stelle cominciava a riscaldare e mettere in moto nubi di idrogeno gassoso e freddo. L’aspetto più intrigante della scoperta è che la teoria non prevedeva l’esistenza di galassie così brillanti e relativamente grandi in un’epoca così remota. A partire da questo lavoro si aprono dunque entusiasmanti prospettive per lo studio dell’Universo primordiale, e si alza l’asticella delle aspettative per il James Webb Space Telescope, il successore del telescopio Hubble, di cui è previsto il lancio nel 2018. Servizio di: Elisa Nichelli Musiche: Soundbay --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Mi chiamo ’Oumuamua. E vengo dallo spazio interstellare
 
01:59
Per la prima volta qualcosa, da là fuori, ha bussato alla nostra porta: ci ha fatto visita un oggetto da un sistema stellare remoto. Non era mai accaduto prima. O meglio, accade in media una volta all’anno, ma questa è la prima volta nella storia dell’umanità che ce ne accorgiamo. Il visitatore interstellare che è sfrecciato per un attimo – in termini cosmici – nel Sistema solare interno viaggia a 95mila km orari, e ora si sta allontanando. Per sempre. Ma quell’attimo è stato sufficiente per studiarne le caratteristiche. Ci è riuscito, in particolare, lo strumento Fors del Very Large Telescope dell’Eso. Ecco dunque l’identikit di 1I/2017 U1, questo il numero di targa del nostro ospite, forse difficile da ricordare ma certo più semplice da pronunciare del nome che gli hanno dato gli astronomi: ’Oumuamua, parola composta hawaiiana che dovrebbe significare qualcosa tipo “il primo che ci contatta”. Ebbene, spiegano gli astronomi su Nature, il primo che ci ha contattati è un asteroide. Una roccia come non se ne erano mai viste prima dalle nostre parti: un oggetto scuro, rossastro, lungo circa 400 metri, roccioso o con un elevato contenuto di metalli. Ruota su se stesso con un periodo di circa sette ore e mezza, e parrebbe aver vagato per la Via Lattea in assolta libertà, senza essere legato a nessun sistema stellare, per centinaia di milioni di anni prima incontrare per caso il Sistema solare. Addio ’Oumuamua, o come diavolo ti chiami: è stato un attimo, ma puoi star certo che del tuo passaggio non ci dimenticheremo mai. Servizio di Marco Malaspina --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)
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Vita dura nello spazio
 
02:26
Non lasciatevi ingannare da queste immagini che ci arrivano dalla stazione spaziale internazionale e dalla nostra astronauta Samantha Cristoforetti: anche fare un caffè espresso in orbita diventa un esperimento. E a quanto pare perfettamente riuscito, a giudicare dai volti soddisfatti di Samantha e del collega. La prima volta in orbita della bevanda calda, servita non nelle classiche tazzine ma in più funzionali sacchetti in plastica sigillati c’è stata lo scorso tre maggio ed è frutto del progetto tutto italiano della società Argotec in collaborazione con Lavazza, Finmeccanica e Selex. Dopo questo piacevole esperimento però, Astrosamantha è tornata al lavoro per completare, nei suoi ultimi giorni in orbita, prima del rientro a terra previsto per il 14 maggio prossimo, le altre attività scientifiche in programma. Una buona parte è dedicata allo studio degli effetti della vita prolungata nello spazio sul corpo umano. Si va da dal monitoraggio di alcuni indicatori del metabolismo osseo e muscolare all’adattamento nei movimenti in assenza di gravità, alla verifica di eventuali cambiamenti nelle strutture cellulari e nel loro corredo genetico fino a test per ridurre l’osteoporosi da permanenza in orbita. Tutti esperimenti che avranno delle importanti ricadute anche nella medicina sulla Terra, e i cui risultati saranno altrettanto utili nella preparazione delle future missioni umane a lunga gittata, verso gli asteroidi e Marte. Ma gli astronauti che si imbarcheranno per quei viaggi, oltre l’assenza di gravità avranno un nemico in più: i raggi cosmici, un incessante flusso di particelle di alta energia che permeano lo spazio. Fuori dall’ambiente terrestre, che con la sua atmosfera e il suo campo magnetico ci fornisce un ottimo scudo, il solo guscio di una astronave spaziale non può molto per bloccare i raggi cosmici più energetici, che possono così raggiungere l’equipaggio e interagire con i loro tessuti biologici. Un nuovo studio, che ha indagato in laboratorio gli effetti dei raggi cosmici sul cervello di alcuni topi, conferma questo scenario. Le cavie sono state sottoposte a flussi di particelle nel NASA Space Radiation Laboratory, evidenziando, dopo sei settimane, una riduzione nei loro tessuti cerebrali di dendriti, le strutture filamentose che trasportano i segnali elettrici tra i neuroni. Un effetto simile a quello che si verifica in modo drammatico in malattie neurodegenerative come l’alzheimer. Sarà necessario dunque valutare con molta attenzione anche questo aspetto nelle future missioni, cercando opportune contromisure che fortunatamente sembrano non mancare. E magari, chissà, per minimizzare questi effetti potrà tornare utile anche una buona tazzina di caffè espresso appena fatto. Se non altro per diminuire la nostalgia della lontananza da casa…
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Onda su onda: GW170817, storia di un'osservazione storica
 
10:05
La prima rilevazione simultanea di onde gravitazionali ed elettromagnetiche raccontatata dai protagonisti: scienziate e scienziati Inaf che vi hanno grandemente contribuito. A cura della redazione di Media Inaf --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf(http://www.media.inaf.it/)
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Betelgeuse, la trottola stellare
 
02:04
Sappiamo già che il suo destino è segnato: Betelgeuse, la splendida stella gigante rossa nella costellazione di Orione, prima o poi esploderà come una supernova. Difficile però dire quando: potrebbe accadere anche domani, o tra qualche decina di migliaio di anni. Per conoscere meglio le caratteristiche di questa stella, gigantesca e variabile, ma soprattutto, la sua evoluzione futura, un team di ricercatori guidato da Craig Wheeler dell’Università di Austin in Texas ha indagato le proprietà rotazionali di Betelgeuse, scoprendo che ruota molto più velocemente di quanto ci si aspettasse. La prassi vuole che una stella che si espande per diventare una supergigante, diminuisce la sua velocità di rotazione. Il principio fisico è lo stesso che sfruttano i pattinatori per ridurre la rapidità delle loro piroette quando aprono le braccia. L’attuale velocità di rotazione di Betelgeuse invece è 150 volte più elevata di qualunque stella isolata conosciuta che si trovi nella stessa fase evolutiva. L’ipotesi avanzata dal team per spiegare questa caratteristica è che in passato attorno a Betelgeuse orbitasse una stella compagna, poi “ingoiata” una volta raggiunta la fase di supergigante. Il materiale della stella compagna fagocitato da Betelgeuse avrebbe trasferito momento angolare agli strati esterni della sua atmosfera, accelerando così la sua rotazione fino al ritmo che oggi osserviamo. I ricercatori hanno trovato possibili tracce di questo banchetto cosmico nelle immagini nell’infrarosso che il telescopio spaziale Herschel dell’ESA ha preso nel 2012 nella zona circostante Betelgeuse: lì sono visibili due gusci di materia in interazione, che potrebbero essere compatibili con materiale espulso da Betelgeuse circa 100 mila anni fa, quando è entrata nella fase di supergigante. Difficile per ora dare un’interpretazione certa di questa struttura. Così Wheeler e i suoi colleghi hanno in programma altre indagini indipendenti per riuscire ad avvalorare questa ipotesi. --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Un lago nel sottosuolo di Marte: tutto quello che c’è da sapere
 
03:30
Per approfondire: http://www.media.inaf.it/2018/07/25/marte-acqua-lago/ Dunque c’è un lago su Marte. Anzi, sotto Marte: nel sottosuolo. Un lago di acqua liquida. Il primo e e unico lago conosciuto sul Pianeta rosso. E a scoprirlo è stato un team di scienziati guidato da un ricercatore italiano: Roberto Orosei dell’Istituto nazionale di astrofisica. La notizia è di quelle ghiotte, in tutto il mondo se ne sta parlando, lo studio è pubblicato su Science. Ma com’è, questo lago sotterraneo? Proviamo a tracciarne un rapido identikit. Anzitutto la profondità: 1.5 km sotto la superficie marziana, tanto che per scoprirne la presenza c’è voluto un radar, anch’esso italiano: lo strumento MARSIS, montato sulla sonda dell’ESA Mars Express. L’estensione è di circa 20 km, questo il diametro stimato del lago sotterraneo. Quanto allo spessore, dunque al livello dell’acqua, al momento se ne conosce solo il valore minimo, che è di diverse decine di cm, altrimenti il radar non si sarebbe accorto della sua esistenza. In realtà, spiegano gli scienziati, potrebbe anche essere profondissimo, ma il segnale radar viene assorbito dall'acqua salata, e non si riesce a vedere il fondo. Veniamo alla località: il lago si trova sotto i depositi polari stratificati di Planum Australe, la calotta polare meridionale del Pianeta rosso. La porzione di Planum Australe in cui si trova il lago è detta Ultimi Scopuli. Se vi state domandando se è possibile farci il bagno, dobbiamo deludervi: di sicuro la temperatura dell’acqua è sotto allo zero. La trasparenza del ghiaccio sopra al lago indica infatti che il ghiaccio stesso, e il lago con il quale è in contatto, debba avere una temperatura fra -10 e i -20 gradi centigradi. Ma come, vi chiederete? Se è così fredda, come può essere liquida? E qui arriva la seconda cattiva notizia, soprattutto per chi già si augurava di aver trovato una fonte d’acqua potabile per i futuri astronauti. L’acqua rimane liquida perché è ricchissima di sali. Sali che agiscono come un antigelo, abbassando la temperatura di congelamento fino a 60 gradi sotto zero. Quali sali? È presto per dirlo, ma probabilmente non il comune sale da cucina: i principali sospettati sono i perclorati, che sembrano essere presenti ovunque su Marte. Insomma, un acqua che non vorreste bere. Un lago strano, insomma, ma in fondo non così alieno: laghi subglaciali ipersalini esistono anche qui da noi, sul pianeta Terra. Giusto lo scorso aprile ne è stato scoperto uno in Canada che potrebbe assomigliare molto a quello marziano. A proposito: non ha ancora un nome. Roberto Orosei ha detto che, se potesse, dedicherebbe la sua scoperta a Giovanni Picardi, responsabile dello strumento MARSIS fino al 2015, anno in cui è morto. MA le regole dell'Unione astronomica internazionale consentono l'uso di nomi di persone solo per i crateri. E allora Orosei suggerisce di chiamarlo Argentarium Lacus, visto che il professor Picardi amava molto trascorrere le vacanze a Porto Santo Stefano, all’Argentario. -- Script e voiceover di Marco Malaspina / Media Inaf --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)
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Prima conferma diretta del buco nero centrale galattico
 
02:16
Prima conferma diretta del buco nero centrale galattico Che ci sia un buco nero supermassiccio al centro della nostra galassia, la Via Lattea, è ormai una certezza per gli astronomi, ma finora le prove della sua esistenza erano solo di tipo indiretto. Per sua natura, Sagittarius A*, il buco nero centrale, non emette radiazioni, ma è stato osservato il suo potente influsso gravitazionale, ad esempio, sulle stelle che gli gravitano attorno più da vicino. Una stella in particolare, chiamata S2, nel maggio 2018 è passata molto vicino al buco nero, a meno di 20 miliardi di chilometri, muovendosi a una velocità superiore ai 25 milioni di chilometri all'ora, quasi il tre percento della velocità della luce. S2 ha permesso di confermare l’effetto di redshift gravitazionale previsto dalla relatività generale di Einstein. Ma durante il passaggio ravvicinato di S2 gli astronomi hanno avuto anche la fortuna di rilevare tre lampi di luce infrarossa provenire dagli immediati dintorni del buco nero. Si tratta della prima emissione rilevata del materiale, un semianello di gas caldissimo che qui vediamo in una simulazione, che ruota vorticosamente a velocità prossime a quelle della luce appena al di fuori del punto di non ritorno, il cosiddetto orizzonte degli eventi del buco nero. Gli scienziati ritengono che i brillamenti siano provocati da interazioni magnetiche nel gas caldissimo che orbita intorno a Sagittarius A*. In ogni caso, l’emissione registrata corrisponde esattamente alle previsioni teoriche per i cosiddetti punti caldi in orbita vicino a un buco nero da quattro milioni di masse solari, confermando così in maniera diretta la sua esistenza. Servizio di Stefano Parisini, Media Inaf Per saperne di pù: --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)
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Un lago di acqua salmastra sotto il ghiaccio marziano
 
09:20
Per approfondire: http://www.media.inaf.it/2018/07/25/marte-acqua-lago/ Scoperta acqua liquida sotto la calotta polare sud di Marte. Ne parliamo con Roberto Orosei dell'Inaf di Bologna, primo autore dello studio pubblicato su Science e co-responsabile del radar Marsis a bordo della sonda europea Mars Express, lo strumento grazie al quale è stato possibile rilevare un lago di acqua salmastra annidato sotto un chilometro e mezzo di ghiaccio. Servizio di Stefano Parisini, Media Inaf --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)
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Arriva il minimo solare
 
02:51
Ogni 11 anni circa, le macchie solari sbiadiscono, annunciando un periodo di relativa calma chiamato minimo solare, verso cui la nostra stella si sta dirigendo ora, per arrivare nel punto più basso tra il 2019 e il 2020. Ma anche con un’attività ridotta, il Sole non diventa certo meno interessante. Servizio di Stefano Parisini, Media Inaf --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf(http://www.media.inaf.it/)
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Duemila miliardi di galassie per Hubble
 
01:41
L’Universo potrebbe essere più affollato del previsto. Questo è quanto afferma uno studio realizzato grazie ad osservazioni del telescopio spaziale Hubble, apparso nell’ultimo numero della rivista Astrophysical Journal. La maggior parte delle galassie scoperte sono di piccola taglia, hanno una bassa luminosità e mostrano masse simili a quelle delle attuali satelliti della Via Lattea. Si tratta di oggetti molto lontani e deboli, dunque al limite di visibilità per gli strumenti attualmente a nostra disposizione, ma sapere che il loro numero è così grande ha delle implicazioni importanti per quanto riguarda la formazione e l’evoluzione delle galassie. Il fatto che in epoca primordiale il numero di galassie di piccola taglia sia alto è qualcosa che già sapevamo. Conoscere il numero e la taglia di queste primissime galassie è di fondamentale importanza, perché è uno dei modi con cui possiamo distinguere tra gli scenari possibili che spiegano la natura delle particelle di materia oscura. In caso di materia oscura fredda, infatti, ci aspettiamo strutture primordiali di piccola taglia, mentre nel caso opposto, se le particelle di materia oscura fossero calde, non potremmo avere la formazione di strutture troppo piccole. Fino ad ora, in ogni caso, le nostre capacità osservative non ci permettono di raggiungere queste piccole galassie lontane e deboli. Si alzano quindi le aspettative per il lancio del James Webb Space Telescope, previsto per il 2018, che ci permetterà di raggiungere queste regioni remote e far luce sul passato del nostro Universo. Servizio di Elisa Nichelli Musiche: Carlos Estella Immagini: Office of Public Outreach at the Space Telescope Science Institute (STScI) --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Il mostruoso buco nero all'alba dell'universo
 
01:49
E dire che inizialmente gli astronomi l’avevano scambiato per una comune stella. Invece l’oggetto celeste dall’impronunciabile sigla SDSS J0100 + 2802 è tutto fuorché comune: è infatti un quasar, ovvero un buco nero attivo, dalla massa sterminata: 12 miliardi di volte quella del nostro Sole. Ma le sue caratteristiche eccezionali non si fermano qui: per produrre la stessa radiazione che emette questo quasar, di soli ce ne vorrebbero addirittura 420mila miliardi e in più, questo oggetto è stato osservato quando l’universo aveva meno di un miliardo di anni . Così, a questo vero e proprio mostro cosmico va la palma del più brillante quasar mai scoperto nell’universo primordiale con il più massiccio buco nero finora noto in epoche così remote. La scoperta, pubblicata nell’ultimo numero di Nature è stata ottenuta da Xue-Bing Wu, professore di astrofisica dell’Università di Pechino e dal team internazionale di astronomi che ha coordinato. Scoperta resa possibile combinando le osservazioni con diversi strumenti: il telescopio cinese da 2,4 metri di diametro Lijiang, il Multiple Mirror Telescope da 6,5 metri, il Large Binocular Telescope in Arizona, il Magellan Telescope dell’Osservatorio di Las Campanas in Cile e, infine, il telescopio Gemini North da 8,2 metri sul Mauna Kea, Hawaii. Scoperte le eccezionali proprietà di questa sorgente, la sfida per gli astronomi è ora quella di spiegare come sia possibile trovare un oggetto tanto massiccio in un’epoca così remota. Nuove indagini, che coinvolgeranno anche i telescopi spaziali Hubble e Chandra, sono già in programma e potranno aiutarci a capire meglio la natura e la storia di questo mostro cosmico. Servizio di Marco Galliani - Media INAF
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Lenta agonia d'una stella nelle fauci del buco nero
 
01:42
Una morte dieci volte più lenta di qualunque altra fine analoga conosciuta. Osservata e studiata attraverso gli occhiali per raggi X di tre telescopi spaziali: Chandra, Swift e Xmm-Newton. Il fenomeno, seppur apocalittico quanto a masse ed energie in gioco, è abbastanza semplice dal punto di vista fisico: la stella, essendosi avvicinata troppo, è rimasta avviluppata nelle spire gravitazionali del buco nero, che ha cominciato a divorarla, attraendone il gas verso di sé. Ora, è vero che un buco nero trangugia di tutto, luce compresa, ma la materia risucchiata dalla stella, prima di precipitare al di là dell’orizzonte degli eventi, si surriscalda fino a raggiungere milioni di gradi: una temperatura che comporta l’emissione di bagliori in banda X – flares, come li chiamano gli astrofisici. Ed è proprio analizzando questi flares che i tre telescopi spaziali sono riusciti a ricondurli a un tidal disruption event: espressione inglese che indica il processo di disintegrazione d’un oggetto – in questo caso la stella smembrata dalle forze mareali del buco nero supermassiccio, nome in codice XJ1500+0154, che abita nel cuore d’una piccola galassia a un miliardo e 800 milioni di anni luce da noi. Servizio di Marco Malaspina --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Lanciata InSight, la missione per svelare l’interno di Marte
 
02:28
È stata un’alba brumosa sulla costa californiana quella che il 5 maggio ha visto decollare dalla base militare di Vandenberg la nuova missione interplanetaria della Nasa, la sonda InSight diretta verso Marte. Spinta da un potente razzo Atlas 5, InSight ha correttamente imboccato la traiettoria che la porterà ad atterrare sul Pianeta Rosso il prossimo 27 novembre, dopo oltre 6 mesi di viaggio. A guidarla è un sistema d’assetto costruito in Italia dalla Leonardo. Si tratta di un sensore stellare che dieci volte al secondo controlla l’orientamento della sonda rispetto a una mappa di tremila stelle memorizzata al suo interno, informando il computer di bordo di eventuali correzioni necessarie. Costata un miliardo di dollari, Insight è una missione molto attesa dalla comunità scientifica, perché nei due anni previsti di operatività sarà in grado di esaminare l’interno del Pianeta Rosso, raccogliendo importanti indizi sull’evoluzione di tutti i pianeti rocciosi del Sistema solare. A differenza di Venere e Terra, Marte ha infatti mantenuto la sua struttura geologica praticamente inalterata per più di 3 miliardi di anni. Per questo motivo, l’area scelta per l’atterraggio è una regione vulcanica che si trova in prossimità dell’equatore, Elysium Planitia, un mastodontico complesso vulcanico, il cui picco si eleva fino a 16 chilometri d’altezza. Sembra che questa sia una regione ancora geologicamente attiva, con le ultime colate di lava risalenti a pochi milioni di anni fa: il luogo ideale per studiare il mantello e il sottosuolo marziano. Servizio di Stefano Parisini, Media Inaf Per saperne di più: http://www.media.inaf.it/2018/05/04/insight-marte-lancio/ --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)
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Hayabusa-2 verso l'alba del Sistema solare e ritorno
 
07:31
La data d’arrivo prevista è il prossimo 27 luglio. Ma già la settimana scorsa, dopo quasi 1300 giorni di traversata interplanetaria, la sonda giapponese Hayabusa-2 è riuscita a scattare qualche fotografia del suo obiettivo: l’asteroide Ryugu. E sono immagini straordinarie, queste prese da 650 km di distanza. Mostrano un oggetto spigoloso di circa 880 metri di diametro in rapida rotazione su se stesso: un giro ogni 7 ore e 38 minuti. Servizio di Marco Malaspina Crediti per le animazioni: Deutschen Zentrums für Luft- und Raumfahrt (DLR) e JAXA --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)
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Il cielo di dicembre 2018
 
03:37
Cresce l’attesa per l’avvicinamento al Sole e alla Terra della cometa 46P/Wirtanen, ormai ribattezzata la cometa di Natale. Scoperta nel 1948 dall’astronomo statunitense Carl Wirtanen, 46P è una cometa a breve periodo, che compie un’orbita completa intorno al Sole in poco meno di cinque anni e mezzo e torna a farci visita proprio in questo scampolo di anno. L’intevallo di tempo che va da qualche giorno precedente al prossimo passaggio ravvicinato al Sole, previsto per il 13 dicembre fino a qualche giorno dopo il 16, quando la cometa giungerà alla minima distanza dalla Terra, si preannuncia particolarmente favorevole per le osservazioni, nuvole permettendo. La cometa raggiungerà infatti la sua massima luminosità e con il passare del tempo sarà sempre più alta nel cielo, come vediamo in questa simulazione per i cieli serali italiani , che indica giorno per giorno la posizione dell’oggetto celeste calcolata alle ore 22. La simulazione abbraccia i giorni tra il 5 e il 25 dicembre. Alcune stime indicano che la 46P al suo massimo sarà ben visibile ad occhio nudo. E’ ancora difficile confermarlo, ma la sua osservazione con un buon binocolo da zone sufficientemente buie, lontane dai centri abitati, meglio se nelle notti tra il 12 e il 18, con la Luna non troppo illuminata, potrà dare delle grandi soddisfazioni. Continuiamo ora la nostra panoramica del cielo serale di dicembre sulle costellazioni principali che potremo ammirare. Verso est, oltre i Gemelli, Orione è visibile nel cielo già nella prima parte della notte. Le accompagnano, sempre in direzione est, le costellazioni dell’Unicorno, del Cancro e del Cane Minore. Più in basso rispetto a Orione troviamo Il Cane Maggiore, con la luminosissima stella Sirio, in assoluto la più brillante del cielo. Alta verso sud è la costellazione del Toro, mentre più in basso l’Eridano e la Balena. Ad ovest spiccano i Pesci, il Pegaso e Andromeda. A nord ovest sta definitivamente tramontando il Cigno, mentre a nord, attorno alla stella polare ruotano il Drago, Cefeo, Cassiopea, la Giraffa e l’Orsa Maggiore. Volgendo lo sguardo ai pianeti, il periodo di migliore visibilità di Mercurio è attorno al 14 -15 del mese, al mattino verso est prima del sorgere del Sole.Venere domina il cielo nelle ultime ore della notte, fino a scomparire nel chiarore del giorno, tra est e sud est. Giove verso la fine del mese torna di nuovo visibile, anch'esso al mattino, basso sull'orizzonte sud orientale. Praticamente impossibile invece individuare Saturno, sempre più vicino al Sole. Marte infine rimane l'unico pianeta visibile nei cieli serali, dal crepuscolo verso sud, per poi scendere e tramontare poco prima di mezzanotte, ad ovest. La Luna che sarà non nuova il 7 e piena il 22, farà la sua apparizione la sera del 14 prossimità di Marte. Un’altra interessante congiunzione è prevista la mattina del 22, quando Mercurio e Giove sorgeranno alquanto vicini sull’orizzonte orientale, prima di scomparire tra le luci dell’alba. A cura di Marco Galliani - Media Inaf --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)
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Le rare immagini dell’atmosfera di Antares
 
02:01
Vi presentiamo delle immagini rare, non avete mai visto una stella in modo così dettagliato. Usando il VLTI, l'interferometro del Very Large Telescope dell’Eso, alcuni astronomi hanno ricostruito l'immagine più precisa di sempre di una stella - la supergigante rossa Antares. Sono riusciti anche a produrre la prima mappa delle velocità del materiale che compone l'atmosfera stellare per una stella diversa dal Sole, rivelando un'inattesa turbolenza nell'enorme atmosfera di Antares. Servizio di Eleonora Ferroni Animazioni dell'Eso --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf(http://www.media.inaf.it/)
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Pentaquark, creata al CERN una particella mai vista
 
03:45
Non solo Higgs. Dopo averci mostrato il volto del bosone più ricercato del pianeta, ecco che LHC torna a sorprenderci estraendo dal tunnel una nuova specie di particelle, anzi: addirittura una nuova configurazione, un modo di mettere assieme i quark, i mattoncini costitutivi della materia così come la conosciamo, che non s’era visto mai se non, forse, all’epoca del big bang. Si chiama pentaquark, di quark ne contiene ben cinque, e a scoprirla è stato l’esperimento LHCb. Abbiamo intervistato il responsabile per l’INFN dell’esperimento, Alessandro Cardini. Servizio di Marco Malaspina Per saperne di più: http://goo.gl/Jf9OvF
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Interstellar C/2017 U1, l’oggetto che sembra venire da Vega
 
02:06
La notizia è uscita sulle pagine di Sky and Telescope, è una scoperta che richiederebbe conferme – dunque è ancora presto per entusiasmarsi – ma se davvero l’oggetto di magnitudine 20 intercettato il 18 ottobre scorso dal telescopio PanSTARRS 1 è quello che sembra, saremmo di fronte alla prima cometa interstellare mai scoperta. Una palla di roccia e polvere, e chissà che altro ancora, di circa 160 metri di diametro partita non dai quartieri periferici della nube di Oort, certo lontana ma pur sempre dentro il grande raccordo del Sistema solare, bensì da una stella diversa dal Sole. A far sorgere il sospetto d’un’origine extrasolare per C/2017 U1, questo il nome dell’oggetto, è la sua particolare traiettoria, iperbolica al punto da essere incompatibile con un percorso orbitale gravitazionalmente legato al Sole. Ma c’è di più: successive osservazioni con il Very Large Telescope mostrerebbero che, in realtà, non di una cometa si tratta bensì d’un asteroide – asteroide interstellare – e che dunque l’oggetto andrebbe ribattezzato non più C/2017 U1 bensì A/2017 U1. Cometa o asteroide che sia, l’oggetto ha raggiunto il punto di massimo avvicinamento alla Terra lo scorso 14 ottobre, quando ci è sfrecciato accanto a 24 milioni di km, ed è ora in fuga senza possibilità di ritorno dal Sistema solare. Sistema solare nel quale, ricostruendone l’orbita a ritroso, pare sia entrato provenendo dalla regione della costellazione della Lira, dove a 25 anni luce da noi rifulge la stella Vega degli alieni di “Contact”. Servizio di Marco Malaspina --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf(http://www.media.inaf.it/)
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Lenti gravitazionali e materia oscura
 
03:14
Si chiama materia oscura, ed è una sostanza così inafferrabile che nemmeno siamo certi che esista. Ma gli indizi indiretti della sua presenza sono numerosi. Ora, grazie alle lenti gravitazionali, un mezzo straordinario che ci ha messo a disposizione la natura, gli astronomi hanno uno strumento in più per studiarla. Vediamo come in questo video dell’Istituto di radioastronomia olandese ASTRON. Video originale: https://youtu.be/-UIzu9U7zWE Animation credit: R. Schulz, ASTRON Voiceover in italiano: Marco Malaspina Per saperne di più: http://www.media.inaf.it/2018/07/16/evn-vlbi-materia-oscura/ --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)
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La sonda Juno compie un anno attorno a Giove
 
02:45
Giove come non lo avevamo mai visto prima grazie alla sonda Nasa Juno, che si appresta a celebrare il primo compleanno in compagnia del sovrano dei pianeti solari, almeno per quanto riguarda le dimensioni. Un gigante di cui possiamo ora vedere più in dettaglio la sommità dell’intricato e pittoresco sistema nuvoloso che lo caratterizza, grazie ai sorvoli radenti a poche migliaia di chilometri di distanza che Juno riesce ad effettuare pressappoco ogni due mesi. Questi approcci ravvicinati non servono solo per vedere meglio la superficie del pianeta ma anche per approfittare di un varco nelle fasce di intense radiazioni che circondano Giove e possono danneggiare la sonda. Una delle nuove scoperte, dicono i ricercatori, sono i poli di Giove. Prima di Juno nessuna missione spaziale od osservatorio terrestre era stato in grado di osservare la struttura dei poli gioviani, che sono coperti di vortici di numero diverso tra nord e sud, otto in un caso e cinque nell’altro. Si supponeva che i poli potessero somigliare a quelli di Saturno, osservati da Cassini, ma la realtà si è rivelata invece completamente diversa. Se Giove risulta quasi irriconoscibile rispetto alla consueta rappresentazione dove predominano bande parallele, è perché queste nuove immagini sono in realtà elaborate per evidenziare al massimo i particolari, mentre una visione naturale sarebbe decisamente meno contrastata. Un ultima chicca è l’aurora polare gioviana, ripresa come mai prima dallo strumento italiano JIRAM nell’infrarosso. La banda chiara centrale è l’aurora principale mentre il punto luminoso in rotazione è dovuto a Io, la luna galileiana più interna, che lascia una scia del proprio passaggio. Servizio di Stefano Parisini, Media Inaf Crediti per le immagini: NASA, JPL, Hubble, Björn Jónsson, Gerald Eichstädt, Seán Doran --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf(http://www.media.inaf.it/)
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Ultimo ballo per l'energia oscura
 
01:55
Questa simulazione del California Technology Institute è una rappresentazione molto rallentata della fusione di due stelle di neutroni, l’evento che lo scorso 17 agosto è stato per la prima volta osservato sia mediante le onde gravitazionali prodotte al culmine della loro vorticosa danza che in praticamente tutto lo spettro elettromagnetico, compreso il lampo gamma visto arrivare dopo appena un paio di secondi dall’onda gravitazionale. Il fatto che l’onda gravitazionale e quella elettromagnetica abbiamo tagliato assieme il traguardo dopo un viaggio di 130 milioni di anni discrimina le teorie che cercano di spiegare l’energia oscura, la misteriosa forza che, in qualche modo sconosciuto, si oppone alla gravità. Un nuovo studio ha calcolato che la cosiddetta costante cosmologica introdotta da Einstein è in pieno accordo con le osservazioni, mentre la teoria del gravitone è valida se questa ipotetica particella ha massa estremamente piccola. Tutte le teorie che prevedono un’incostanza dell’energia oscura e un diverso effetto su onde gravitazionali ed elettromagnetiche sono invece messe seriamente in dubbio da quanto visto accadere appunto durante l’evento di fusione delle due stelle di neutroni. Servizio di Stefano Parisini, Media Inaf Per saperne di più: https://goo.gl/aHpAas --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)
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Il cielo di luglio 2018
 
04:23
A luglio, nella notte tra il 27 e il 28, appuntamento imperdibile con una eclissi totale di luna davvero super. La sua fase di totalità sarà infatti la più lunga tra tutte le eclissi di luna che si verificheranno in questo secolo, durando ben un’ora e 43 minuti. Sul nostro territorio, l’evento sarà visibile, nuvole permettendo, quasi nella sua interezza. La Luna infatti sorgerà pochi minuti prima delle 21, ora locale italiana, verso sud est, già in fase di attraversamento del cono di ombra creato dalla Terra, che in quel periodo si verrà a trovare esattamente tra il Sole e il nostro satellite naturale. La fase di totalità si verificherà tra le 21 e 30 e le 23 e 13, mentre il massimo dell’eclissi, ovvero il maggiore oscuramento della luna, è previsto alle 22 e 22. La luna, dopo l’uscita dalla totalità, attraverserà il cono di penombra per emergerne definitivamente e segnare così la fine dell’eclissi all’1 e 30 della mattina del 28 luglio. Un evento suggestivo e facile da osservare anche ad occhio nudo. E se volete seguirlo in compagnia di astronomi professionisti, per conoscerne tutti i dettagli o solo soddisfare le vostre curiosità, sono in programma diverse iniziative per il pubblico promosse dal personale dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. Seguiteci nei prossimi giorni su Media Inaf, vi daremo tutti i dettagli. Ma oltre l’eclissi di Luna, il cielo serale di luglio ha altre meraviglie in serbo per noi. Continuiamo quindi nella nostra panoramica, per conoscere costellazioni, pianeti e fenomeni che caratterizzeranno questo mese. Verso sud, , domina la scena la costellazione dello scorpione, bassa sull’orizzonte. Ad affiancarla, verso ovest, il Sagittario e verso est la Bilancia. Più in alto c’è l’Ofiuco. Verso ovest tramontano la vergine e il leone, mentre alzando lo sguardo è facile individuare la costellazione di Boote con la brillante Arturo, la Chioma di Berenice e l’Orsa Maggiore. Attorno alla stella polare, verso nord, ruotano le costellazioni della Giraffa, del Drago, Cefeo e Cassiopea. Verso est invece sorgono il Pegaso, l’Acquario, il Capricorno. Alte sull’orizzonte, quasi allo zenit, le tre costellazioni che dominano il cielo di questi mesi, ovvero il Cigno, la Lira e l’Aquila. Le loro stelle principali, rispettivamente Deneb, Vega e Altair, formano il cosiddetto triangolo estivo. Per quanto riguardai i pianeti, il periodo migliore per osservare mercurio è proprio nei primi giorni del mese, quando potremo scorgerlo dopo il tramonto del Sole, basso verso ovest. Venere continua a splendere la sera sull’orizzonte occidentale, abbassandosi leggermente ma senza sosta con il passare dei giorni, e riducendo così il suo periodo di visibilità. Marte a luglio darà il meglio di sé in fatto di visibilità. La sera del 27 luglio, quella dell’eclissi, :il pianeta sarà in opposizione e al contempo in congiunzione con la luna. Marte sarà dunque osservabile per tutta la notte, raggiungerà il massimo della sua luminosità nel corso dell’anno e, proprio a fine mese, si troverà alla minima distanza dalla Terra. Giove sarà visibile nei cieli di luglio sul far della sera, verso sud e durante le prime ore della notte, riducendo progressivamente il suo periodo di osservabilità. Saturno infine, dopo l’opposizione del mese scorso, continua ad avere una visibilità quasi ideale, ed è osservabile quasi per l’intera durata della notte. La luna a luglio, che sarà nuova il 13 e piena il 27, quando si eclisserà, ci regalerà anche delle interessanti congiunzioni. Con Venere la sera del 15 e quella del 16 , con Giove la sera del 20, con Saturno la sera del 24 e, come già detto, nella notte dell’eclissi, tra 27 e 28 luglio, con Marte. A cura di Marco Galliani - Media Inaf --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)
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Lo tsunami spaziale che ha colpito Voyager 1
 
01:59
​E’ l'oggetto costruito dall'uomo attualmente più di distante nel Sistema solare La sonda della NASA Voyager1, lanciata nel 1977 si trova nello spazio interstellare dal 2012. La permanenza ai confini del Sistema solare non è piacevole e tranquilla come ci si può immaginare. Anzi, se ci trovassimo con una navicella per un giro nello spazio interstellare, il viaggio potrebbe essere più che movimentato. I dati inviati sulla Terra confermano che la sonda è ancora sotto l'effetto dell'ultima onda d'urto che l'ha colpita lo scorso febbraio. Voyager1 ha registrato ben tre onde d'urto, una delle quali (quella di aprile 2013) ha confermato ai ricercatori della NASA l'entrata nello spazio interstellare il 25 agosto 2012 avendo oltrepassato l'eliopausa, cioè il confine estremo del nostro sistema planetario entro cui i venti solari vengono bloccati dal mezzo interstellare.La sonda della NASA si trova a 130 unità astronomiche dal Sole (quasi 20 miliardi di chilometri) e solo nel corso degli ultimo anno ha macinato una bella distanza: circa 400 milioni di chilometri). Quella registrata a febbraio è l'onda d'urto più longeva mai studiata da Voyager. Il responsabile è il Sole, come sempre accade nel nostro Sistema. Questi tsunami spaziali si verificano quando la nostra stella madre emette un'espulsione di massa coronale, buttando fuori una grande quantità di plasma magnetico dalla sua superficie e generando quindi un'onda di pressione che perturba il plasma interstellare. I ricercatori paragonano il fenomeno alle vibrazioni emesse da una campana. La sonda ha anche una gemella, Voyager 2, lanciata prima di Voyager1, che però non ha ancora raggiunto lo spazio interstellare. Servizio di Eleonora Ferroni
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Da Encelado a Europa, tutti gli oceani del Sistema solare
 
02:07
Da un oceano all’altro. Coast-to-coast, metà dal Jpl californiano e metà dagli headquarters Nasa di Washington. E planet-to-planet. O meglio, planet-to-moons, perché è agli oceani presenti nel sottosuolo delle lune Encelado ed Europa, satellite naturale di Saturno la prima e di Giove la seconda, che l’Agenzia spaziale Usa ha dedicato la sua come sempre annunciatissima conferenza stampa di questa sera, giovedì 13 aprile. Conferenza stampa per illustrare al mondo due risultati notevoli, per quanto già nell’aria da qualche tempo. Partiamo dalla luna più lontana, Encelado: uno studio pubblicato oggi su Science, basato sui dati della sonda Cassini, conferma l’esistenza d’un vasto oceano sotterraneo, conferma la presenza di attività idrotermale e – qui la novità importante – misura l’abbondanza di idrogeno molecolare presente nei pennacchi di vapore spruzzati dalla calotta australe della luna. Una misura che consente agli scienziati di quantificare l’energia in gioco, confermando così la presenza, là nel sottosuolo a oltre un miliardo di km da noi, di condizioni forse adatte a ospitare forme di vita microbica, come quelle che popolano gli abissi marini qui sulla Terra. In concomitanza un secondo studio, questo su ApJ Letters, dati del telescopio spaziale Hubble alla mano evidenzia qualche pennacchio pure sulla luna medicea Europa, segno d’un probabile oceano sotterraneo anche qui, e nemmeno questa è un’ipotesi inedita, visto che se ne parla da almeno due anni. Ma è un’ottima occasione per ricordare al mondo, contribuenti americani compresi, che è in fase di progettazione una missione – ribattezzata Clipper giusto il mese scorso – con obiettivo proprio l’osservazione ripetuta e ravvicinata di Europa e dei suoi spruzzi vaporosi. Insomma, se proprio le cose qui sulla Terra dovessero mettersi male, almeno per i batteri qualche speranza di continuare a sopravvivere emigrando altrove parrebbe proprio esserci. Servizio di Marco Malaspina Per saperne di più: https://goo.gl/oiUOpx --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Risonanza magnetica per l'antimateria
 
02:19
Con un articolo su Nature la collaborazione Alpha al CERN annuncia un evento che fino a poco tempo fa si poteva considerare fantascienza: la prima analisi spettrometrica di antimateria. Servizio di Stefano Parisini, Media INAF. Leggi la news su Media INAF: http://www.media.inaf.it/2012/03/07/antimateria-al-microonde/
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Le Pleiadi: sette stelle, tutte variabili
 
02:09
Chi ha a disposizione una vista eccellente e cieli sereni e bui le riesce a vedere tutte e sette, ma i telescopi ci hanno rivelato che l’ammasso delle Pleiadi è formato da oltre mille astri. Concentrandosi però a su quelle sette sorelle, le più brillanti del gruppo, un team di ricercatori guidato da astronomi dell’Università di Aarhus in Danimarca è riuscito a scoprirne una nuova caratteristica: la loro luminosità varia periodicamente. Un lavoro per niente facile: la grande luminosità di questi astri “acceca” i telescopi e gli strumenti più avanzati per lo studio del cielo, anche i sofisticati sensori del telescopio spaziale Kepler, che registra su lunghi periodi di tempo l’intensità della luce proveniente da migliaia di stelle, cercando nella variazione di questo segnale gli indizi di transiti di pianeti in orbita attorno ad esse. I ricercatori hanno così sviluppato una nuova tecnica per pesare il contributo di ogni pixel dei sensori di luce di Kepler per trovare il giusto equilibrio grazie al quale gli effetti strumentali vengono annullati, facendo finalmente emergere, se esiste, la vera variabilità luminosa delle stelle. Il metodo applicato alle sette sorelle ha mostrato che la maggior parte di esse appartengono alla classe delle stelle B lentamente pulsanti, astri variabili la cui luminosità cambia in periodi lunghi. Una delle sette, Maia, ha invece un comportamento diverso: la sua luminosità varia regolarmente con un periodo di 10 giorni. Secondo gli scienziati, queste variazioni sono prodotte da una ampia zona sulla superficie della stella, che appare e scompare dalla vista ogni di dieci giorni, ovvero il periodo di rotazione della stella stessa. --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf(http://www.media.inaf.it/)
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Scoperte centinaia di galassie nascoste dietro la Via Lattea
 
01:33
Trovate dal radiotelescopio australiano Parkes centinaia di galassie finora celate nell’ampia zona d’ombra galattica, quella fetta di cielo mascherata dalla polvere presente nel piano galattico, una spessa coltre che le onde radio, al contrario della luce, riescono a penetrare. La scoperta aiuterà a svelare il mistero sulla anomalia gravitazionale del Grande Attrattore. Servizio di Stefano Parisini, Media INAF Per saperne di più, leggi l'articolo su Media INAF: http://www.media.inaf.it/2016/02/09/galassie-nascoste/ --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Viaggio 3D all'interno della Nebulosa di Orione
 
02:23
Siete pronti per un tuffo 3D all'interno della Nebulosa di Orione? Grazie ai dati nel visibile e nell'infrarosso raccolti da Hubble e Spitzer della Nasa, gli esperti dello Space Telescope Science Institute hanno creato la migliore e più dettagliata visualizzazione a più lunghezze d'onda di questa incubatrice stellare a 1350 anni luce dalla Terra. La modalità di volo immersivo permette agli spettatori di sperimentare e conoscere l'Universo in un modo innovativo ed emozionante. Video: Nasa Servizio: Eleonora Ferroni --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)
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Il cielo di agosto 2018
 
03:58
Superata da pochi giorni la splendida e suggestiva eclissi totale di Luna, eccoci proiettati a raccontare quello che ha in serbo il cielo serale di agosto. Lo spettacolo sarà assicurato anche quest’anno dal consueto spettacolo dello sciame meteorico delle Perseidi, anche noto come le “lacrime di San Lorenzo”. Il massimo del fenomeno quest’anno è previsto nella notte tra il 12 e il 13 agosto, anche se le notti tra il 10 e il 15 potranno essere adatte per dar loro la caccia. Le premesse per godersi uno “show” davvero super ci sono tutte. La Luna infatti sarà assente nei cieli notturni tra il 10 e il 15, e sarà comunque nuova l’11. Dunque, chi potrà osservare il cielo lontano da centri abitati e illuminazioni artificiali, potrà godere, nuvole permettendo, di una volta celeste decisamente scura, l’ideale per scorgere anche le meteore dalle scie più deboli. Il nostro consiglio è quello di seguire il fenomeno nelle ore più tarde della notte, soffermandosi sulle regioni a nord est del cielo, in direzione della costellazione di Perseo. Le scie luminose che potremo osservare in quei giorni alzando lo sguardo al cielo sono prodotte da piccolissimi frammenti della cometa Swift-Tuttle che ogni anno incrociano la nostra orbita. Entrando con grandissima velocità nell’atmosfera terrestre, queste particelle, grandi anche solo come un granello di sabbia, la ionizzano, creando le caratteristiche scie luminose. Anche quest’anno a seguire l’evento ci saranno le telecamere del progetto PRISMA coordinato dall’INAF che, con il loro ampio campo di vista, registreranno praticamente tutte le meteore che solcheranno i cieli italiani. Diamo ora uno sguardo al cielo serale di agosto. Partendo da nord est, incontriamo la costellazione di Perseo, mentre spostandoci verso est troviamo l’Ariete e i Pesci piuttosto bassi sull’orizzonte. Alzando lo sguardo riconosciamo Andromeda e il Pegaso. Verso sud incontriamo l’Acquario, il Capricorno, il Sagittario e la splendida costellazione dell’Aquila, con la sua stella principale, Altair, luminosissima e alta in cielo. Con le stelle Deneb del Cigno e Vega della Lira, il triangolo estivo è praticamente allo zenit nella prima parte della notte. Verso ovest invece le costellazioni di Ercole, della Corona Boreale e in particolare di Boote, il bifolco, cominciano a declinare e abbassarsi sempre di più sull’orizzonte. Verso Nord, attorno alla stella polare troviamo L’Orsa Maggiore, il Drago, Cefeo, Cassiopea e la Giraffa. Agosto sarà anche il mese ideale per godersi un vero e proprio poker planetario nei cieli serali. Tranne Mercurio, che sarà inosservabile per questi tutto il mese, trovandosi in congiunzione con il Sole il 9 e sufficientemente distante da Esso per poter provare a scorgerlo tra il 26 e il 30, al mattino prima dell’alba, basso verso est, gli altri quattro pianeti visibili ad occhio nudo, e cioè Venere, Marte Giove e Saturno, si troveranno a costellare il cielo dopo il tramonto del Sole, fino al suo nuovo sorgere, tra ovest e sud est, quasi perfettamente equidistanti tra loro. Apre la fila, ben visibile tra le luci del crepuscolo, basso verso ovest, Venere. Nelle prime ore della notte Spostando lo sguardo verso sinistra, ovvero verso l’est, incontreremo Giove, quindi Saturno e infine Marte, brillantissimo. Anche questo mese la Luna, che come detto sarà nuova l’11 e piena il 26, passerà vicina ai quattro pianeti visibili, regalandoci delle suggestive congiunzioni: si parte con Venere, la sera del 14 agosto per passare a Giove il 17, poi Saturno la sera del 21 per chiudere con Marte il 23. A cura di Marco Galliani - Media INAF --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)
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Cos'è LIGO, il primo osservatorio a rilevare le onde gravitazionali
 
03:02
SPECIALE ONDE GRAVITAZIONALI Forse ricorderete il fisico statunitense Kip Thorne - una delle massimi autorità mondiali sugli effetti astrofisici della relatività generale di Einstein -, visto un paio d’anni fa nelle mondane ma ineccepibili vesti di consulente scientifico per il film Interstellar. Proprio Kip Thorne è stato uno degli scienziati che all’inizio degli anni ’90 hanno proposta la costruzione di LIGO, lo speciale osservatorio che ora per la prima volta nella storia sembra veramente avere percepito le finora inafferrabili onde gravitazionali, l’unica previsione finora non confermata della teoria che Einstein pubblicò giusto 100 anni fa. Vediamo insieme come funziona questo prodigio di tecnologia e ingegno umano. Servizio di Stefano Parisini, Media INAF --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Acceso FAST, il radiotelescopio cinese più grande al mondo
 
01:46
È stato soprannominato Tianyan, “occhio del cielo”, ma in realtà è più un “orecchio” aperto sui segnali radio provenienti dal cosmo. FAST, il radiotelescopio cinese da 500 metri di diametro, il più grande al mondo come singola antenna, è stato ufficialmente acceso a fine settembre. Scoprirà un sacco di pulsar, contribuirà allo studio delle onde gravitazionali e, manco a dirlo, cercherà segnali intelligenti di origine extraterrestre. Servizio di Stefano Parisini, Media INAF --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Hubble fotografa il killer di galassie
 
01:42
C'è un killer di galassie, là fuori nell'Universo, e fermarlo sembra impossibile. In un recente studio, un gruppo di ricercatori (tra cui anche tre italiani) rivela che il fenomeno chiamato ram-pressure stripping è più diffuso di quanto si pensi: l’interazione tra la galassia e il mezzo intergalattico spazza via il gas formando delle striature, stile tentacoli di medusa. La privazione di gas porta alla "morte" precoce delle galassie, perché viene a mancare il carburante necessario alla formazione di nuove stelle. Il fenomeno è chiarissimo in queste immagini della galassia a spirale NGC 4921. Servizio di Eleonora Ferroni --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Che cos'è l'Inaf? Scopriamolo in tre minuti
 
03:52
Che cos'è e cosa fa l’Istituto nazionale di astrofisica? Questo teaser video, ideato e realizzato da Davide Coero Borga e rilasciato in occasione di Pint of Science 2017, prova a mostrarvelo in tre minuti. --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf(http://www.media.inaf.it/)
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Sei minuti. Il tempo dell’arrivo su Marte di Schiaparelli
 
02:53
Il 19 ottobre 2016, alle 16:48, l’Europa arriva su Marte con il lander Schiaparelli della missione ESA ExoMars. Sei minuti appena dura la discesa nell’atmosfera marziana: un piccolo tempo per una sonda robotica, un grande salto per la ricerca spaziale. Ecco cosa succede in quei sei minuti. Servizio di Stefano Parisini, Media INAF --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Avvistati a Princeton i fermioni di Majorana
 
01:19
Osservata una particella esotica che si comporta contemporaneamente come materia e antimateria. L’esperimento che l’ha isolata e rilevata, utilizzando atomi di piombo e ferro, potrebbe avere importanti conseguenze nello sviluppo dei computer quantistici Per saperne di più: http://goo.gl/5o8ZvB
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Con Juno nel profondo dell’atmosfera di Giove
 
02:28
Oltre agli enormi cicloni che stazionano ai poli di Giove, il cui bagliore infrarosso ripreso dalla sonda Juno della Nasa ha conquistato la copertina della rivista Nature grazie a uno studio a guida italiana, altre tre ricerche sullo stesso numero rivelano dettagli inediti sul gigante gassoso. Uno studio guidato da Luciano Iess dell’Università Sapienza di Roma, ha misurato le variazioni locali del campo gravitazionale, confermando che Giove non si comporta come un corpo solido, a causa della presenza di imponenti flussi di materia sulla sua superficie e al suo interno. Flussi di materia che sono veicolati dalla distribuzione asimmetrica dei venti di superficie, che soffiano con velocità differenti al variare della latitudine. Come ha dimostrato uno studio a guida israeliana, trovando che l’intensità di tali venti decade lentamente andando in profondità fino a circa 3000 chilometri al di sotto della superficie di Giove, una quota a cui la pressione è circa 100.000 volte quella dell'atmosfera terrestre. Questo implica che le caratteristiche bande colorate di Giove, osservate per la prima volta da Galileo, non sono solo un fenomeno di superficie, ma coinvolgono una quantità di materia pari a ben l’uno per cento della massa del pianeta. Proprio sulla quota di 3000 chilometri sotto il tetto di nuvole si è concentrato l’ultimo studio, a guida francese, dimostrando che questo livello segna una discontinuità, al di sotto della quale l'interno profondo di Giove è costituito da una miscela fluida di idrogeno ed elio, che ruota come un corpo solido. Laggiù infatti la pressione è così elevata che l’idrogeno si scinde in protoni ed elettroni liberi, generando intense forze di attrito viscoso che sopprimono i venti in tutte le direzioni. Servizio di Stefano Parisini, Media Inaf --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)
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Galileo perde il ritmo: fermi dieci orologi del “GPS europeo”
 
02:33
Galileo abbiamo un problema: gli orologi atomici del "GPS europeo", sulla carta i più precisi mai messi in orbita, stanno perdendo colpi. Per essere precisi: ben 10 dei 72 ora in volo si sono fermati, ha reso noto il direttore generale dell’ESA Jan Woerner mercoledì scorso. La causa non è ancora stata compresa, così come non è chiaro se sia un guasto risolvibile o meno. Il sistema di navigazione satellitare Galileo, entrato in funzione nel dicembre scorso, comprende al momento 18 satelliti, destinati a diventare 30, più due di scorta, quando sarà al completo. Affinché il sistema funzioni, è cruciale che ogni satellite sia dotato di un riferimento temporale assoluto precisissimo, anche per correggere gli effetti relativistici previsti dalla teoria della relatività di Einstein, pari a circa 38 microsecondi al giorno. Per farsi un’idea di quanto sia importante la precisone di questi orologi, basti pensare che una sola ora di mancata correzione degli effetti relativistici comporterebbe un errore di circa mezzo km nella posizione indicata dai navigatori. Proprio per questo, ogni satellite Galileo di orologi ne trasporta 4: due basati sul clock fornito da atomi di rubidio, altri due basati invece su maser all’idrogeno – soluzione, quest’ultima, più innovativa e in grado di fornire un clock più preciso. Ebbene, entrambe le tecnologie stanno dando problemi: dei 10 che si sono fermati, tre sono al rubidio e sette all’idrogeno. Affinché il sistema Galileo si comporti con la precisione richiesta, è sufficiente che almeno un orologio dei quattro presenti su ogni satellite sia in funzione, dunque la ridondanza c’è, almeno per ora. Ma già ora, dei dieci clock fuori uso, due sono su uno stesso satellite, il che suona preoccupante. Soprattutto per un motivo: la causa del malfunzionamento non è ancora stata chiarita. E questo pone un serio dilemma, che il direttore generale dell’ESA ha espresso con queste parole: “lanciare o no gli altri satelliti della costellazione, senza aver trovato la radice del problema?” Un dilemma da risolvere in fretta: i prossimi quattro satelliti dovrebbero essere lanciati in orbita entro fine anno. E se sembrerebbe logico attendere di capire cos’è che non va, il timore dell’ESA è che altri orologi fra quelli in orbita si fermino, rendendo così il sistema, se non inutilizzabile, quanto meno sempre più a rischio. Servizio di Marco Malaspina --- INAF-TV è il canale YouTube di Media INAF (http://www.media.inaf.it/)
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Onde gravitazionali, da GW 150914 a GW 170817: ricapitoliamo
 
04:46
Ci risiamo, di nuovo un annuncio in mondovisione che riguarda un’onda gravitazionale. Se fino a due anni fa non se n’era mai captata una, ora cominciano a essere un certo numero, dunque è il caso di mettere un po’ d’ordine. Come? Anzitutto proviamo a decifrare quei numeri di targa che hanno affibbiato loro i fisici. Numeri difficili da ricordare ma che un senso ce l’hanno: indicano il giorno in cui sono state rilevate. Per esempio, GW 150914 si chiama così perché è una “gravitational wave”, dunque GW, captata il 14 settembre del 2015: mettendo prima l’anno, poi il mese, poi il giorno ecco spiegato 150914. Cos’ha di speciale? Presto detto: è la prima mai rilevata nella storia. È quella per la quale Weiss, Barish e Thorne hanno vinto il premio Nobel per la fisica. A produrla, la fusione d’una coppia di buchi neri avvenuta a un miliardo e 300 milioni di anni luce da noi dando origine a un unico, enorme, buco nero da 62 masse solari. Poi è arrivata GW 151226, soprannominata l’onda di Natale, anche se sarebbe più corretto chiamarla onda di Santo Stefano, giacché è stata intercettata, appunto, il 26 dicembre del 2015. Per la terza onda gravitazionale mai scoperta occorre attendere più di un anno, perché LIGO entra in manutenzione. Ma il 4 gennaio 2017 ecco che i bracci dei due interferometri americani registrano un nuovo passaggio, quello di GW 170104. Fra le cinque onde a oggi note, è quella che arriva da più lontano nello spazio e nel tempo: i due buchi neri che l’hanno sollevata si sono infatti fusi a tre miliardi di anni luce da noi, dunque è un’onda antichissima, che per giungere fino a noi ha viaggiato tre miliardi di anni. Ed è il turno dell’onda di Ferragosto, arrivata sulla Terra quest’estate, il 14 agosto 2017. Si chiama GW 170814, ed è una sigla che vale la pena ricordare: non tanto per ciò che l’ha generata quanto per ciò che l’ha ricevuta. È infatti la prima a essere intercettata anche dall’interferometro italiano Virgo, nella campagna pisana, realizzato dall’Infn in collaborazione con il Cnrs francese. Un evento storico, perché avendo i dati non di due bensì di tre interferometri – Virgo e la coppia americana di LIGO – è possibile per la prima volta delimitare in modo molto puntuale, grazie a una sorta di triangolazione, la regione del cosmo dalla quale quest’onda proviene. E arriviamo infine alla quinta onda, GW 170817, quella che sta facendo brillare di gioia gli occhi degli astrofisici di tutto il mondo. Intercettata il 17 agosto 2017, è un’onda record per almeno due motivi. Anzitutto, è quella più giovane, quella che arriva più da vicino, appena 40 megaparsec, vale a dire circa 130 milioni di anni luce da noi. Ma il motivo per cui entrerà nei libri di storia è che è la prima ad essere stata non solo “sentita” dagli interferometri dei fisici ma anche “vista” dai telescopi degli astronomi. S’è sentito il tuono e s’è visto il lampo, potremmo dire. Insomma, è la prima volta in cui abbiamo non solo il tracciato dell’onda gravitazionale ma anche la fotografia dell’oggetto che l’ha generata. E questo per una ragione molto semplice: a differenza delle precedenti onde gravitazionali, prodotte tutt’e quattro dalla fusione di buchi neri – dunque oggetti certo affascinanti ma anche maledettamente oscuri e impossibili da vedere, visto che trattengono pure la luce – a differenza delle precedenti quattro, dicevamo, l’onda del 17 agosto 2017 è scaturita dalla fusione di due stelle di neutroni. Un evento apocalittico, che subito dopo le onde gravitazionali ha prodotto una vera e propria cascata di luce, dalla radiazione gamma giù giù fino alle onde radio. Ma questo merita una storia a sé. E per raccontarvela dobbiamo risalire nel tempo fino a 130 milioni di anni fa. (continua su Media Inaf e su MediaInaf Tv) Videoscribe di Marco Malaspina --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf(http://www.media.inaf.it/)
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Il cielo di settembre 2018
 
03:53
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La stella che passò nel Sistema Solare
 
01:15
Incontri "ravvicinati" di 70.000 anni fa Più o meno nel periodo in cui si ritiene che l’Homo Sapiens abbia iniziato a migrare dal continente africano, una stella sorvolava a bassa quota il Sistema Solare. Un gruppo di astronomi ha infatti scoperto che la cosiddetta stella di Scholz, scoperta solo un anno fa, mentre ora si trova a 20 anni luce da noi, 70.000 anni fa è passata "sopra le teste" dei nostri antenati preistorici, a una distanza inferiore all’anno luce. Non che la si potesse scorgere, visto che si tratta di una piccola stella nana rossa, con una massa neanche un decimo di quella del Sole, accompagnata da un’oscura nana bruna. E’ comunque una stella da record, risultando quella che più si è avvicinata ai nostri paraggi, passando bellamente attraverso la Nube di Oort, ovvero quel grande serbatoio di comete che segna il confine estremo del sistema solare. Il passaggio, dicono gli scienziati, non ha comunque prodotto grandi sconvolgimenti né tantomeno innescato una pericolosa pioggia di comete. Servizio di Stefano Parisini, animazione di Marco Galliani - Media INAF. Leggi la news: http://goo.gl/wK7cNB
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Soyuz, lancio fallito, salvi i due astronauti
 
01:33
Era destinata a raggiungere la Stazione spaziale, la navicella Soyuz MS-10 lanciata oggi alle 10:40 ora italiana dal Cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan, con a bordo l'astronauta americano Nick Hague e il cosmonauta russo Alexsey Ovchinin. Ma pochi minuti dopo il lancio è stata rilevata un’anomalia, pare dovuta a una valvola di separazione di uno dei booster laterali del primo stadio che non si è aperta. Il volo è stato interrotto, sono state disposte le procedure per l'atterraggio di emergenza dei due uomini a bordo, che sono atterrati in buone condizioni in Kazakistan, dove sono stati recuperati dalle squadre di ricerca e soccorso. In attesa dei risultati sulle cause del fallimento, il vice premier russo Iuri Borisov ha dichiarato che Mosca intende sospendere i voli di navette spaziali con equipaggio a bordo. E questo, ha detto il presidente dell’Agenzia spaziale italiana Roberto Battiston, potrebbe far slittare anche la missione dell'astronauta Luca Parmitano, in programma nel luglio 2019. Servizio di Marco Malaspina --- MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)
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